par le père Giovanni Busnelli, S.J.
LA STORIA E LA SCIENZA DAVANTI ALLA SANTA SINDONE
in “La civilt`a cattolica : pubblicazione periodica per tutta l’Italia”, A. LXXXIX, 18 giugno 1938, p. 552-532
LA STORIA E LA SCIENZA DAVANTI ALLA SANTA SINDONE
I.
Chi non ricorda il famoso ammonimento del divino poeta che l’arte nostra segue l’arte del divino intelletto, quanto può, come il maestro fa il discente (Inf., XI, 101) :
sì che nostra arte a Dio quasi è nepote ?
La natura tutta che ci circonda in cielo, in terra e negli abissi, prende il suo corso dal divino intelletto e dalla sua arte, essendo l’arte virtù dell’intelletto; e noi muoviamo alle nostre indagini, alla nostra scienza, all’arte delle nostre meravigliose invenzioni dalla natura scandagliata, ritrovata, domata, sottomessa alla nostra mano e al nostro governo. Noi seguiamo quanto possiamo l’arte divina operante nella natura. Il nostro potere non vale a raggiungere i confini dell’infinita sapienza di Dio, che vince ogni scienza nostra. Discendiamo fino a un certo termine, come a un certo termine arriva la natura, non altrimenti che gli spumanti marosi dell’oceano, i quali frangonsi sulla riva a scogli insuperabili. Di là da tali scogli, sparsi in tutti i campi e regni della natura, sono enigmi e abissi inesplorati ancora, cui il Creatore assegna e consegna al nostro ingegno e al nostro sguardo indagatore, perché l’uomo abbia nelle vie del suo cammino quaggiù in che occuparsi a suo vantaggio, se mai riesca a incontrarsi con l’arte divina, e nei passi dell’arte sua, scopra il dito di Dio, in cui viviamo, ci muoviamo, e siamo.
Tale è il pensiero che desta in noi la critica e la scienza, che si affanna intorno alla Santa Sindone di Torino. Ce ne fa fede il profondo e dotto investigatore Paul Vignon, nell’ultimo suo volume 1, in cui la critica e la scienza, estese alla storia, all’archeologia, all’iconografia, alla logica, concorrono nel penetrare l’enigma del santo Sudario torinese, custode di un segreto d’arte, ignoto a tutti gli artisti dell’era volgare fino a noi, frutto di una virtù, che come fece finora non ha voluto che a noi si svelasse, tantoché la via di giungere a tal segno di realtà e di verità non era dall’arte umana stata peranco sognata.
È un problema, cui Dio e la natura presentano all’intelletto umano nel progresso delle indagini de’ sapienti scrutatori dell’arte e del mondo fisico, campo dal quale solo, come da sensato, il nostro ingegno apprende ciò che fa poscia d’intelletto degno. Non è forse questa l’arena dove la rivelazione e il sapere umano ha riserbata una gara e una lotta sublime a decidere se l’uomo crocifisso e morto rappresentato dalla Sindone è sì o no la verace imagine di Cristo, Salvatore del genere umano? In tal senso è ingaggiata la contesa dal prof. Vignon.
Non è già che la rivelazione divina e la nostra fede abbiano bisogno di nuovi documenti e nuove prove per sorreggersi e conquistare l’anima umana. La conversione del mondo e il trionfo della Chiesa di Cristo si erano compiuti senza l’ostensione e lo studio della Santa Sindone.
Ma di fronte al progresso della scienza moderna, che « d’ammirande invenzioni e d’arti ignote agli avi gloriosa incede », e, strainandosi dalla religione, crede di dominarla, e battere un sentiero dove Dio non s’incontra, sorge oggi e dall’ombra notturna del glorioso sepolcro di quell’Uomo della Giudea già crocifisso si affaccia, come visione non mai attesa e non mai sospettata, la figura recondita di quell’Uomo, e pur conservata, intravveduta, venerata dai secoli. Nella maestà del suo volto silenzioso e tanto eloquente, come nessuno altro mai, quell’imagine chiede all’ingegno e all’arte umana, che l’ha destata e contemplata, il verbo prudente, saggio e sincero d’una sentenza giusta e irrecusabile. Questa visione, fin dal primo apparire, ci ebbe conquisi, suscitando e moltiplicando nell’animo nostro e nei ricordi della fantasia mille altre visioni della storia dell’arte antica e moderna a confronto con quella, e a un tempo stesso avvolgendoci nel mistero che, separando quella da tutte l’altre, la esalta sopra ttute e supera il sapere e l’artificio della mano dell’uomo, per quanto speri d’agguagliare la mano, se non di Dio, della natura.
II.
Nel santo Sudario di Torino è celata con la storia la pietà e la venerazione dell’età dei primi secoli. La storia sembra muta nella sua meraviglia in faccia alla pietà e devozione che la interroga. Alcuni sapienti investigatori di sepolte rovine e di ruderi istoriati e dipinti, avidi dei responsi della storia, s’arrestano dubbiosi innanzi al suo silenzio, il quale non è altro che il silenzio di voce perduta nel tempo, ma ancora echeggiante nel culto, per il quale la Sindone parla a noi.
Ma ciò non basta. La Santa Sindone è un miracolo di Dio o della natura, ovvero un’opera della mano dell’uomo? La storia dell’arte umana c’insegna che la mano dell’uomo non aveva mai pensato, né avuto l’arte di rifare a perfezione la figurazione di un uomo flagellato, crocifisso e morto, con la luce e le ombre scambiate fra loro, perché non aveva giammai sognato che un’opera siffatta potesse essere un’opera d’arte, da ammirarsi e da venerarsi dalla pietà cristiana. Davanti al sacro Sudario l’arte umana dunque sta muta e attonita, getta i suoi pennelli e i suoi colori, e contempla avida del mistero.
Ma fra l’arte divina operante col miracolo o per mano ordinaria della natura, l’intelletto umano interviene con la propria osservazione e indagine, e solo là dove non può ammettere che giunga l’arte della natura, si sente costretto a richiamarsi al miracolo di Dio. La chimica, che aveva scoperto l’arte fotografica, e nell’immagine della Sindone aveva rivelato il mistero dell’inversione della luce e dell’ombra, ci ha fatto contemplare il volto dell’Uomo sepolto, nella forma naturale; e ora si studia di penetrare anche nel mistero della genesi dell’immagine negativa. Il Vignon, con altri eminenti chimici, con mirabile perseveranza e ricerca, provando e riprovando, hanno cominciato di segnare la via per la quale la Sindone a contatto del corpo di Cristo nel sepolcro, ne ha in sé ricevuto la figura negativa anteriore e dorsale.
« Mais, » scrive il P. G. de Jerphanion, « si tentante que soit, leur argumentation, si impressionnante, d’autre part, que soit cette image, cette face puissante aux yeux clos, ce large front encadré de bandeaux sanglants, cette bouche énergique aux lèvres rivées dans le silence de la mort, l’histoire du suaire est encore enveloppée de trop de mystère pour que nous puissions en faire état. Le problème est avant tout historique, et, de ce point de vue, il est loin d’être résolu »
2.
Sì, innanzi tutto, il problema è storico. Ma la storia, come ben sa il P. Jerphanion, ha due occhi : la cronologia e la geografia ; e due spettacoli cui contempla : i monumenti parlanti e i monumenti muti. La soluzione può venire dagli uni e dagli altri : da tutti insieme, che si accordano ; o separatamente, quando in tutto o in parte mancano gli uni o gli altri. Monumenti parlanti offrono i papiri, le pergamene, le tavolette, i codici, le iscrizioni, le pagine, i cui caratteri non sono che parola scritta. Monumenti muti non sono forse le opere e le pietre stesse, che, se non parlano con segni degli alfabeti, parlano con la loro forma e col loro essere, con le reliquie e i ruderi della loro costruzione per cui s’incarna la loro nascita, origine, vita e gloria ?
Gli scavi di Palestina e dell’Oriente, di Roma e delle romane conquiste ci pongono sott’occhio monete, fabbriche, muri, costruzioni e sostruzioni, rovine e statue, e cento altre meraviglie, di cui non dubitiamo che siano veracemente, non falsificazioni, ma documenti autentici di popoli, di re, di consoli, d’imperatori, di civiltà d’arte antica ; anche se non restino a noi storie che li descrivano, e ci insegnino la loro età e la loro vita e rovina. Dubitiamo noi della vera natura dei carboni e dei minerali e dei metalli, che caviamo dalla terra e dalle miniere, perché non conosciamo il numero de’ secoli che li prepararono ? Dubitiamo forse dei tesori nascosti da altri …e scoperti da noi né’ campi e nei muri delle case, perché ignoriamo chi li occultò e li sottrasse a’ contemporanei e agli eredi ? Noi riconosciamo nelle monete antiche i ritratti de’ re, di Cesare e d’Augusto, e pur non sappiamo quali artisti le plasmarono e per quali vicende storiche siano apparse in questo o quel luogo e giunte fino a noi.
Certo spetta alla storia l’indagare la narrazione storica della natura e delle opere dell’uomo, e anche di Dio. Ma quando l’uomo non scrive il proprio nome sopra le opere sue, e Dio e la natura, operando, nell’opera immedesimano i loro nomi e la loro parola, all’opera stessa è allora da chiedere la testimonianza del loro artefice.
III.
Perciò il prof. Vignon riferisce quanto i documenti letterari ci narrano della Santa Sindone per dedurne la congettura di come dal sepolcro del Golgota attraverso l’Oriente, Bisanzio, la crociate, Lirey, Chambéry sia arrivata a Torino, notando bene il silenzio dei primi quattro secoli, e gl’intervalli medioevali, e ammonendo che può pure la storia far ricerche, se mai siano rimaste altre memorie sconosciute, dacché il non ritrovarne non importa già che non ce ne fossero o non ne potessero essere. Quanti documenti sono andati smarriti e perduti, quando la Sindone stessa si trovò in pericolo, come dimostrano i segni che ancor porta, di restar distrutta da un incendio !
« La voie est donc, libre devant l’Histoire. À elle de faire les découvertes qui lui incombent. Mais supposez qu’elle n’en puisse faire aucune : pour quoi rendre, de cette carence de l’Histoire, le Linceul responsable ? Voilà qui ne saurait l’empêcher d’être ce qu’il est ni de se suffire parfaitement à lui-même » (1).
Forse che l’obelisco della Piazza del Popolo di Roma, se la storia di archeologi oculati non riuscisse a decifrarlo e a sapere come lì sia venuto, cesserebbe di essere quello che è, un testimonio dei Faraoni d’Egitto ? Ma ammettendo pure che l’obelisco sia un documento e monumento della storia d’Egitto, alcuno non potrebbe dire che non sia l’originale del tempio del Sole di Eliopoli, ma una copia fabbricata in Africa o altrove, o copia dell’autentico o foggiato come fosse autentico ? Similmente non potrebbe supporsi che la Sindone non fosse autentica, ma l’uomo che ritrae crocifisso fosse non il Cristo ma uno simile a lui, al quale apparterrebbe come a persona l’immagine, posto pure che l’arte pittorica non possa invocarsene autrice ?
Ma se l’arte del colore va in ogni modo esclusa, resta forse la possibilità, anche se la Sindone ritrae un morto, che il morto della Sindone non sia il Cristo ? Ma questa possibilità di falsità suppone e implica la possibilità della frode e della maniera, non solo di trovare un suppliziato e nella flagra e nelle sevizie sofferte concordi e punte in quanto la Sindone presenta integralmente conformi al racconto autentico di tutto ciò che i Vangeli raccontano di Cristo, ma ancora la possibilità di nascondere l’effetto della natura si ottenga l’immagine postuma che è sulla Sindone, quando vi venga avvolto il corpo dopo il supplizio. Ciò esige la conoscenza, per esperimenti fatti o per tradizione, e l’intenzione di ottenere per tale effetto l’immagine, e un’immagine che inverta i chiari e gli scuri, inintelligibile allo sguardo comune dei riguardanti le opere d’arte. Ma tal supposizione di possibile falsità è suggerita dal dubbio che nasce a piè del vero, ma il vero non vi presta verun appiglio o fondamento per l’uno o per l’altro lato, sicché al cospetto della realtà, lo possiamo fare noi per ragione di metodo logico inquisitivo, non dedurlo dalla Sindone, esaminata, studiata nella sua struttura, imagine e storia. Il suo esame può insinuarci il tentativo di trovare la via, se è mai possibile, della frode che ci fosse stata ; via la quale altro non potrebbe essere che quella inventata e usata dal Vignon e da’ suoi colleghi del processo chimico per raggiungere l’effetto iconografico impresso nella Sindone, e con la crocifissione anatomica per accertare la forma delle cicatrici, tanto che il dott. Barbet, nota il Vignon, proseguendo le sue esperienze, è arrivato alla decima esperienza della crocifissione 3. Onde, se si confronta, scrive il Terquem, con le prove dell’autenticità, questa immaginata ipotesi, la quale è solo il fondamento che il bisogno dello scetticismo ha immaginato, si vedrà che insieme costituiscono le prove dell’autenticità e della realtà le presunzioni gravi, precise e concordanti che impongono l’identificazione del morto col Cristo; e gli intelletti imparziali, che sanno stimare le cose in se stesse e vincere ogni prevenzione e precipitazione di sentenze, potranno farsene quell’opinione, che da tal confronto ne scaturisce :
« Nous avons recherché la vérité, quelle qu’elle pût être : jusqu’à preuve du contraire, nous pensons l’avoir rencontrée ; autant qu’il est humainement et scientifiquement possible de l’affirmer » (2).
Il Terquem si appoggia ai precedenti studi del Vignon che prepararono questo nuovo volume dove è raccolto quanto di meglio s’è fatto di ricerche nel campo della scienza o della storia, e delle altre discipline per accertare l’autenticità della Santa Sindone. Che se ancora restano alcuni punti non del tutto chiariti del sangue e dei grumi che in essa appaiono, le posteriori indagini, se verrà concesso di poterle estendere, varranno a recare la luce desiderata. Ma ciò che finora s’è accertato, non ne soffre verun danno.
IV.
Varcaremmo i limiti impostici in un breve articolo, se toccassimo, come merita, quest’opera del Vignon, degna di essere commendata e studiata nelle sue tre parti da quanti con la sincera brama del vero cercano di conoscere le meraviglie nascoste e visibili della Sacra Sindone.
Nella parte prima si esamina il morto e il suo sudario, movendo dal chiarire il fatto che quel morto, qualunque sia, fu un uomo crocifisso com’era stato Cristo, con tre chiodi; che aveva portato sulle spalle in modo speciale la sua croce; che era stato coronato di spine e flagellato, e, deposto dalla croce, sepolto proprio in quel modo che gli Evangeli dicono di Cristo: involto in una tela, tessuta secondo l’arte del tempo di Cristo, sì che, adagiatovi supino e ricoperto con la medesima tela per metà rovesciata dalla testa fin sopra i piedi, già velati con l’estremo lembo della tela sottoposta, ne risultò un’effigie anteriore e insieme un’impronta dorsale.
Se ne conclude che quel morto altro non potrebbe essere che il Cristo, per l’impossibilità di designare un altro, che ritraesse in sé assolutamente tutto ciò che il Vangelo espone della passione sofferta da Cristo.
Di qui si origina la seconda parte, che riguarda la Sindone di fronte alla storia, muta nei primi quattro secoli, per un silenzio imposto dalle persecuzioni e dallo scandalo della croce, finché dopo Costantino, che proibì il supplizio della croce, a poco a poco anche l’imagine del Crocifisso poté apparire, e dai segreti dell’Oriente e della reggia di Bisanzio farsi talvolta vedere il sudario di Cristo, ma sempre custodirsi, finché passò in Europa e si contemplò in Francia a Lirey nel 1355. Fu creduto opera di un pittore francese, ma nessuno seppe conoscerlo, o sapere con quali disegni o colori lo dipingesse.
Nella terza parte il Vignon, con un largo studio sopra l’iconografia in aiuto della storia — che è un inedito saggio iconografico del volto di Cristo tratto dalla Sindone — dimostra con una cinquantina d’illustrazioni come al quinto secolo l’arte passasse dal Cristo imberbe al Cristo barbato, per la cognizione ottenuta dall’imagine della Sindone stessa, i cui lineamenti, in parte male interpretati per il controsenso dei lumi e dei chiari, risultano in moltissime imagini che riproducono le linee sicure, le macchie, le ecchimosi ancora visibili sul sudario.
Dovevano procedere tutte codeste copie, dal punto di vista artistico e pittorico, dalla famosa imagine di Edessa a Costantinopoli, conosciuta col nome di Mandylion, tratta direttamente dal sudario. Onde convien dire che la Sindone era conosciuta fin dal secolo V, e che la tela di Lirey è quella dei Cesari di Bisanzio. Come non si può dubitare del tempo dall’effigie del Cristo barbato, così si afferma l’esistenza antica e persistente del sudario stesso, e la stima di verace autenticità che lo avvolge e lo venera come un tesoro nascosto.
Codesta parte del volume ha il valore di documento storico che compensa il silenzio d’altre fonti, e solleva da parte il velo, sotto il quale l’arte cristiana progredì dai primi secoli al medioevo per rappresentarci il Salvatore crocifisso con aspetto che ritrae un uomo dell’età di trenta e più anni, maestoso nel volto, con chioma e barba.
Da queste tre parti deduce la logica la sua sentenza, con l’autorità di supremo giudice, vindice di quella Ragione che distribuisce, come la giustizia, il suo a ciascuno. È la logica critica che conchiude: non essere la Sindone opera di un falsario, né ritratta da un morto seviziato diverso da Cristo; che le sue impronte sono negative; che il sangue vi lasciò anche un po’ del proprio colore carminato oscuro, scorrendo dalle piaghe aperte del costato e dalle ferite causate ai piedi dal chiodo che unico le trafisse; che dove s’era già congelato in grumi, si disciolse di nuovo tanto da imprimere sulla tela, a modo di calco, sinceri segni delle ferite e cicatrici.
Sangue, siero, e altro che deriva da natura, segnano ancora, come reliquie disseccate, la Santa Sindone. La nostra scienza, che seppe con le lastre sensibili alla luce e all’ombra rivelarcene l’imagine, si argomenta con l’arte chimica di emulare l’arte della natura, e rapirle l’opera col segreto della miscela di mirra e di aloe commista coi vapori dell’ammoniaca. Essa tende a un fine determinato, conclude il Vignon:
« S’il est possible, par la Science, de faire comme la nature, il n’est plus permis de dire que la nature ne puisse avoir fait ce que la Science a pu faire, même en se tenant pour dépassée. »
Henry Terquem, Le Linceul du Christ.
4
Ma, prima di dichiararsi vinta e ricorrere al miracolo e all’arte divina, la scienza nostra — come in Francia altrove, anche in Italia si avanza nei suoi esperimenti, e ci piace ricordare che all’autenticità della Santa Sindone, il prof. dott. Giovanni Judica, docente di medicina legale alla R. Università di Milano, reca uno scientifico contributo dedotto dalle molte centinaia di autopsie da lui eseguite, e ripetendo il meccanismo della ferita al costato e al cuore di Cristo in un cadavere con un grosso coltello usato nelle dissezioni anatomiche. Egli, dopo lunga disamina della Sindone e delle opinioni da altri espresse, conchiude che il liquido uscito dal petto di Cristo per il colpo di lancia al cuore doveva essere per la maggior parte liquido d’origine infiammatoria locale, non idropiercardico ma pericardite sierosa, traumatica, originata dalle percosse in casa di Caifa, dalle ottanta violente ferite contate sulla Sindone per i quaranta colpi della flagellazione nel pretorio di Pilato; cosicché (e nessun dubbio permane) che la flagellazione sia stata causa sufficiente a produrre una pericardite sierosa…, la quale dovette infliggere a Cristo sofferenze di gran lunga superiori a tutte le altre ferite: dolori puntori alla regione precordiale violenti, laceranti e dilanianti l’avevano tormentato per ore ed ore: oppressione, angoscia, brividi, febbre altissima, dispnea intensa, che accompagnarono l’ascesa al Calvario, l’agonia e la morte. Ecco così spiegate le cadute lungo la via dolorosa, ecco spiegata la cianosi del suo volto e del suo corpo 5.
La scienza e la critica procedono dunque verso la ricerca e la soluzione del gran problema dell’immagine della Santa Sindone, che nella sua realtà oggettiva è documento unico al mondo, come, può dirsi, è Unus Deus, unus et mediator Dei et hominum homo Christus Jesus, qui dedit redemptionem semetipsum pro omnibus (I Tim., 2, 5). Essa attesta una storia che, mentre sta al centro della civiltà cristiana e moderna, ricorda un sepolcro che fu ed è glorioso, non solo perché il Golgota fu la seconda culla di Cristo, più gloriosa della prima di Betlemme, ma perché il vuoto sepolcro confermò e riaffermò in eterno la fede del presbio verso la medesima Persona, padrona di prendere come di deporre e di riprendere una propria anima in mezzo agli uomini. Trofeo delle crociate è la Sindone, quando l’Europa cristiana acquistò gloria dal glorioso sepolcro di Cristo, movendo dieci volte a liberare quella tomba dalle mani degli infedeli …tomba la cui gloria è tutta nel vuoto, che vi lasciò Cristo uscendo ne redìvivo.
Ma quel sepolcro e questo Sudario sono fratelli, furono insieme gloriosi, perché insieme testimoni del Signore della vita e della morte. L’uno restò immobile ai piè del Golgota ; l’altro seguì gli Apostoli o i Discepoli o le pie donne per le strade del Vangelo alla conversione del mondo ; si occultò nell’ombra dei recessi della devozione e dell’amore, dei ricordi e delle speranze ; ma risplendette nell’oscurità della fede, quasi nascosto piedistallo del calice della passione di Cristo, e del mistero del suo corpo e del suo sangue, dati per la salute della stirpe d’Adamo.
La Santa Sindone, occulto tesoro impenetrabile nella sua immagine a’ secoli passati, appare nel nostro secolo, ribelle al Vangelo, e sognatore di una religione ignota a’ popoli della comune razza umana, come una nuova pagina del Vangelo, riserbata a confondere la incredulità moderna e la persecuzione che soffrono i credenti di Cristo ; una pagina scritta da quel medesimo Spirito che all’inizio della creazione aleggiava fra le tenebre dell’abisso sopra le acque della generazione dell’universo ; ma scritta non per la penna degli Apostoli o degli Evangelisti, bensì col pennello di quella Natura che si commosse alla morte di Cristo, oscurò il sole, squarciò il velo del tempio, spezzò le pietre del monte, e, aprendo i monumenti, destò dal sonno molti corpi de’ santi, perché, dopo la resurrezione del Crocifisso, apparissero nella santa città a dimostrare che un’età di vita succedeva all’età di morte nella storia del genere umano.
G. Busnelli S. I.
— Notes —
- Paul VIGNON, professeur à l’institut catholique de Paris. Le Saint Suaire de Turin devant la science, l’archéologie, l’histoire, l’iconographie, la logique, Paris, 1938, Masson et Cie, 4°, p 216, 11 tavole e 92 figure[↩]
- Jerphanion, G ( 1938, mars), L’image de Jésus Christ dans l’art chrétien, in Nouvelle revue théologique, mars 1938, p 265 [↩]
- Op. cit., p. 208, n.[↩]
- Henry Terquem, Le Linceul du Christ. Étude scientifique de Turin, serait-il le véritable Linceul ?, avec trois reproductions, Paris, Picard 1936, p. 79 (estratto dal vol. 67 des Mémoires de la Société Dunkerquoise pour l’Encouragement des Sciences, des Lettres et des Arts).[↩]
- Giovanni Judica Cordiglia, L’Avvenire d’Italia, 8 maggio 1938[↩]